

Resoconto semiserio di un’esplorazione verticale
PREFAZIONE: Il granito delle Dolomiti
Quando un climber di pianura pensa al Trentino, soprattutto al Trentino orientale, la prima immagine a prendere forma nella sua mente è quella di qualche candido pinnacolo di dolomia che svetta sopra al verde di boschi e prati. Anche noi ce l’abbiamo sempre avuta ben stampata nel cervello, imprinting degli anni in cui scorrazzavamo sui sentieri del Primiero al cospetto delle Pale. Crescendo però abbiamo iniziato a battere l’altro lato della valle, sui crinali del Calaita e della Folga. Quella cresta era un confine tra due mondi. Da un lato, il familiare paesaggio da cartolina di Sass Maor, Cimon della Pala e compagnia, dove l’uomo aveva addomesticato, se non proprio le cime, di sicuro le valli, i passi e i boschi. Verso ovest, invece la vista si perdeva su una lunga muraglia di roccia scura, divisa in minacciose pareti di forma triangolare. Non si vedeva una strada, un impianto, un sentiero. Un angolo di mondo selvaggio e misterioso, nascosto in mezzo alle montagne più turistiche d’ Europa. Il babbo e gli zii ci spiegavano che quello era il Lagorai, un serpente di porfido rosso che si snoda in mezzo al mare di monti pallidi. Incastonato al centro di questo arco, sorge il massiccio di Cima d’Asta. Pur conservando la stessa wilderness, è un plutone di ottimo “granito stracciatella”, decisamente più invitante dal punto di vista scalatorio (senza offesa, perfido porfido!).
Girare in Lagorai era sempre affascinante, anche se si trattava di brevi incursioni: tutto quello che potevamo fare nella giornata era al massimo arrivare in cima ai Colbricon, e cercare qualche pezzo di bomba nelle trincee della Grande Guerra. Ma il richiamo di quei monti selvaggi non scemava, e anzi cresceva, dopo ogni breve tratto della leggendaria TransLagorai.
Nel frattempo, cominciamo a mettere il naso fuori dalle falesie di casa e scopriamo la passione per il granito delle Alpi Occidentali, Orco e Masino in testa. Ma le Pale sono sempre le Pale, e dopo una giornata campale sul Sass d’Ortiga, Matte vede in paese una nuova guida: Lagorai Rock di Alessio Conz. Il titolo e la foto in copertina sono irresistibili, e così veniamo a conoscenza di un piccolo mondo di valli, pareti e vie di cui non sapevamo assolutamente nulla, lasciate in ombra dalle più blasonate vicine dolomitiche.Il giovane non perde tempo, e l’anno dopo organizza una prima spedizione esplorativa con Franci, in uno dei posti più remoti (termine tecnico: inculati) di tutta la zona: la val di Rava nel gruppo di Cima d’Asta. Rimangono talmente impressionati dal posto e dalla roccia che l’anno seguente sono di nuovo lì, e oltre a mettere le manacce su più o meno tutte le strutture con uno straccio di relazione, realizzano anche la prima (quasi) libera della “Pic da Mur” di Paolo Michelini su Torre Anna. Dalla cima si trovano di fronte un inviolato torrione senza nome, solcato da un lungo spigolo affilato e verticale. La roccia sembra ottima, con una grande varietà di placche, diedri, fessure e strapiombi. I due iniziano a sognarselo di notte, finché non vedono apparire il fatidico disegno tra le pieghe della roccia. Ecco il nome della parete: la Torre dei Gorilla!!!

(P.S: I resoconti delle prime due spedizioni sono pubblicate su questo sito con i nomi di LAGORAI ROCKIN’ e LAGORAI ROCKIN’ 2- Il Ritorno).
Passa qualche anno, aumenta il bagaglio di esperienze alpinistiche e lo scimmione sulla spalla ricomincia a picchiare i pugni: c’è da aprire qualcosa sul Gorilla! I due iniziano a parlarne con i fidi compari Co e il sottoscritto, che a sua volta aveva già fatto una breve puntata in Val di Rava. Vengono reclutate altre star della scena alpinistica piacentina: il Caianus Maximus Piè, il giovane e infaticabile Manuelo e il Venerabile Sensei Eugeshi, colui di cui si narra che il trapano abbia sondato ogni sorta di pietra dell’emisfero boreale.
La prima spedizione, organizzata per fine aprile, viene rinviata causa meteo ingrato. I Nostri ripiegano sul buon vecchio OrcoGneiss, che riserva gioie, dolori, braghe strappate e grandi spaventi; ma questa è un’altra storia. Appuntamento per inizio giugno, Gorilla stiamo arrivando!!!!!!
GIORNO 1: L’Alba dei Gorilla
Ed ecco che finalmente, all’alba del 30 maggio la MonkeyWagon imbocca l’A21, carica di acciaio inox, Totem e quintali di rogna. Treeeento, prossima fermata TREEEENTOOO! A bordo Capitan Sensei, Franci, Ema e i Barberos Brothers Fede e Matte. Pietro purtroppo è sul Bianco, ad ottemperare ai doveri accademici del Sodalizio. Co invece è stato spedito in Toscana, ma ci raggiungerà bruciando asfalto e ore di sonno sul suo teutonico destriero metallico la mattina seguente.
Nemmeno la fredda accoglienza di Bieno, ben riassunta dal disperato lamento di un anziano del villaggio (“Neanche un bar!!!”) può fermare il branco, che si issa in spalla la ferraglia e inizia l’ascesa verso il granitico mondo perduto. Nonostante gli zaini incredibili, in meno di tre ore si prende possesso di Malga Rava di Sotto, si azzanna una barretta, e subito su per il canalone. La Torre del Gorilla inizia a spuntare tra le cime dei larici, severa e carica di oscuri presagi. La sua vista scatena un tripudio di ululati animaleschi nel branco, che inizia a sbattere sassi e friend del 5 per l’eccitazione.
Quando il bosco si dirada, la parete appare tutta intera. Subito gli occhi corrono avanti e indietro sui suoi fianchi, all’avida ricerca delle linee migliori per difficoltà ed estetica. Il lato destro, esposto a ovest, è perfettamente illuminato dal sole pomeridiano e presenta una serie di diedri, placche e fessure che a un certo punto vengono sbarrate da un sistema di tetti. Sopra, le ultime placche digradano, non proprio dolcemente, verso la cima. Il lato nord invece è affacciato sul canalone, ed è ancor più minaccioso. Al centro, sul filo dello spigolo si erge un avancorpo di granito rossastro che lancia un richiamo irresistibile. È deciso: si prova ad attaccare qui, dove un promettente sistema di lame sembra condurre a un diedro-fessura perfetto.
Il primo passo è un ostico muretto, vinto da Matte con un delicato ristabilimento su una fessurina svasa a forma di Y. Il giovane gorillino pianta la sua prima sosta (della vita), recupera i compagni e cede il comando al fratello maggiore. Il quale sarà felicissimo di confermare che quelle lame erano davvero una gran figata! Trentacinque metri dopo si ritrova alla base del diedro, e prima di recuperare gli altri, si ferma un attimo a guardare su, rapito in un misto di timore e venerazione. Il prossimo sarà un tiro da antologia, degno di finire in un eventuale Compendio delle 100 Migliori Fessure delle Alpi Orientali, Edizioni Maurizio Oviglia. Tocca all’ing. Inciesco Marquinos, che è presto costretto a ingaggiare una lotta furibonda. Viene subito tradito da un fungo di roccia nera che esplode sotto la potenza dei suoi piedi, ma ci vuole ben altro per fermarlo! Il tiro però è davvero duro, e richiede tutta la caparbietà del gorilla Franci. Alla fine, dopo tre estenuanti risalti, riesce ad uscire in cima al pilastro. Attrezza la sosta e si cala: domani si proverà a liberare il tiro e a proseguire. I gorilla toccano terra stanchi ma soddisfatti. Il bilancio della giornata è ottimo: tre tiri aperti, di cui due liberati!

Lasciano il materiale nella grottina alla base e rientrano baciati dalle ultime luci del tramonto. Dopo un onestissimo aperitivo a cura del Manuelo (non tutti sanno che la dieta del Gorilla Manueliis è composta per il 75% di patatine Pata, tassativamente scontate del 40%), il branco si dedica a tutte le attività tipiche di un rispettabile branco di primati: fare legna, cucinare, e il cosiddetto grooming (quell’amorevole pratica che consiste nello spidocchiarsi le zecche a vicenda). Esistono diverse varianti: la preferita di Inciesco (detta “Chi Muore Prima”) consiste nel trangugiare notevoli quantità di alcool, in questo caso ottima grappa artigianale di Cannonau. L’intento è quello di ubriacare l’infido parassita fino al coma etilico attraverso lo stesso sangue che lo nutre. Vince chi resiste e perde, appunto, chi muore prima. Per il paziente questo è un approccio win-win: anche in caso vinca la zecca, per lui non sarà più un problema. Matte invece preferisce la “Tecnica Rambo”, forse meno raffinata, ma altrettanto efficace. Il suo sguardo si fa piuttosto inquietante, tra i riflessi del fuoco che sta usando per arroventare la punta del coltellaccio. Come dice il saggio, quando una zecca col risucchio incontra un gorilla col coltello (o vinello, a seconda dei casi)… Dopo cena, una tazza di tisana corretta Cannonau fa quasi l’effetto di un doppio sonnifero. I gorillini ascoltano la fiaba di mamma Inciesco, e subito dopo staccano la spina.
GIORNO 2: Arrivano i Nostri
A Malga Rava l’eccitazione è palpabile: il branco sta aspettando i rinforzi. I biondi boccoli di Co appaiono addirittura con un’ora di anticipo. Invece, il Maestro Bicio, inseparabile compagno del Capobranco Sensei, è sempre stato uno sportivo poliedrico e anche oggi ha deciso di fare triathlon: parte in bici da valle, poi la abbandona per imboccare un sentiero con il doppio del dislivello necessario, e giunge alla malga fresco come una rosa e pronto per la terza disciplina di giornata: l’apertura su ottimo granito.
Il branco ora è più forte e numeroso, e può permettersi di attaccare una nuova linea. I Barberos Brothers, il Sensei e Mastro Bicio proseguiranno quella del giorno precedente, mentre i giovani Inciesco, Ema e Co tenteranno di forzare la Parete Ovest. I due gruppi si separano con affettuose pacche e testate nei caschetti, con l’augurio di ritrovarsi magari vicini sulla parete.
La prima cordata giunge senza difficoltà alla base del diedro, e Matte si prepara per tentare la libera. Il gioco si fa durissimo fin dai primi incastri, ma il giovane arriva al primo riposo, imposta il secondo muro, lo supera e sparisce alla vista dei compagni. Può ancora tirare il fiato, prima di lanciarsi sull’ultima sezione, la più esposta e indecifrabile. Mette a frutto tutta la preparazione, e conquista la cima del pilastro, lasciandosi andare a urla gorillesche e pugni sul petto. La Inciesco Crack è liberata! I compagni impiegheranno molto tempo e molta fatica a raggiungerlo, e praticamente altrettanti a issare il sacco del materiale. Finalmente i quattro si ricongiungono, e impostano il tiro successivo: il “Grande Raccordo” per riportarsi sulla struttura principale.

Mentre Matte lo attacca, da destra giunge una voce familiare: “Niente raga, me tocca trapanà!!”. È Scimmione Marquins, che, trovatosi su una compattissima placca a cristalloni, si appende a mezzo Totem e si fa passare il trapano fiammante del Manuelo. Per fortuna che l’arnese è più affilato della spada di Gondor (un recente articolo su Nature afferma che il Gorilla Manueliis usa solo utensili Makita, rigorosamente acquistati con il 50% di sconto), e in men che non si dica uno spit scintilla in mezzo ai quarzi. Inciè ripete l’operazione altre due volte, con il Totem sempre più precario ad ogni piazzamento in quella fessura sporca, cieca e svasa. Finalmente agguanta la maniglia della salvezza, ed esce su una comoda cengia molto vicina alla linea dell’altra cordata.

Dopo le doverose esultanze per l’avvenuto ritrovo, i gorilla recuperano la concentrazione. La cordata Barberos/Sensei/Cappa studia il lato sinistro dello spigolo, dove il Venerabile ha già individuato un diedro-rampa che conduce alla base del minacciosissimo strapiombo rosso del Naso del Gorilla. Non ci vuole molto al Sensei per aprirlo in libera. Quando la mano afferra una lastrina di granito sottile e croccante come una fetta di carasau, il suo cuore vola alle amate sponde sarde, e anche in quella landa sperduta, si sente un po’ più a casa. Il suo fiuto infallibile gli dice che sono sulla strada giusta, e inizia a preparare i compagni per la discesa.
Intanto, sulla parete Ovest un Marquins ormai in stato di onnipotenza attaccava i primi tetti, con ribaltamenti brutali e movenze pelviche che accenderebbero il desiderio di ogni scimmietta dal Monte Bianco al Ruwenzori. Neanche se ne accorge e già altre due lunghezze sono cadute sotto i suoi colpi inarrestabili. Manca solo la placca finale, che l’indomani toccherà in sorte al biondo Corradino, intrepido giardiniere d’alta quota.

Entrambe le cordate ora si calano dalla Ovest. Toccano terra e iniziano a scambiarsi i racconti della giornata. Ema e Franci narrano di come, sui primi due tiri, sia avvenuto un fatto strano: Co aveva iniziato a parlare in inglese, con un accento particolare. Sosteneva di chiamarsi Sir Adam McKonrad, alpinista e botanico originario della zona del Loch Nevis. Aveva preso il comando e aveva aperto i primi due tiri (due viaggi vegetali nell’erica e nella festuca) senza nessun timore di tirare quei ciuffoni con 10 metri di slego sotto i piedi. Al termine, senza dire nulla era tornato in sé, e non aveva alcun ricordo dell’accaduto.
Tra racconti e grugniti, il branco rientra per il ripido canalone, aprendo l’ennesimo confortevole passaggio con pendenze all’80% nel rododendro. La malga li coccola con un tramonto spettacolare, e Mastro Bicio offre agli amici il suo ottimo formaggio, innaffiato con del buon vino rosso. Purtroppo, il grande maschio Alpha deve salutare il branco. Sotto la luce della luna riprende la via di casa, e giunge a valle dopo non meno di altre due ore di sentiero e mountain bike (massimo rispetto!!!!).
Stavolta i gorilla sono talmente stanchi che crollano prima della favola della buonanotte. Sanno che domani sarà il Grande Giorno, e vogliono affrontarlo con tutte le energie a disposizione.
GIORNO 3: La Cumbre!!!
La sveglia dei gorilla oggi suona presto. Le previsioni minacciano un peggioramento nel pomeriggio, e una certa sensazione di urgenza serpeggia nel branco. Arrivati alla base della parete, la cordata Sensei/Barberos attacca i primi tre tiri della linea sulla Ovest. Si sposteranno poi sulla Nord, sotto al Naso del Gorilla. Sono subito inseguiti dalla premiata ditta Co /Ema/Inciesco, che invece daranno l’ultimo assalto al versante occidentale.
Subito gorilla Matte si rende conto di quanto siano “scottish” i primi tiri. Dopo due lunghezze assai impegnative, per quanto botaniche, si arriva in corrispondenza della sosta più comoda mai allestita dai tempi del Diedro Manolo. Da qui parte il famigerato tiro “Me Tocca Trapanà”. Il tentativo in libera è ancora appannaggio del giovane Matte, che, alla vista dei magici cristalloni quarzosi, non sa resistere al richiamo del naturalista che è in lui. Come un moderno Pollicino del verticale, si dà all’inseguimento di quarzini sempre più piccoli, fino a ritrovarsi due metri fuori linea appeso per un millimetro di polpastrelli. I pacati consigli dei compagni di sotto (“DOVE CAZZO VAIIIII????”) lo riportano alla realtà, appena in tempo per consentirgli un delicato ritorno sulla retta via senza il bisogno di testare l’ultimo spit Marchini.

Alla cengia mediana, le cordate si separano. Ema, Co e Franci proseguono sulla Ovest. Il comando ora è nelle mani del biondo scimmione, che supera in libera i tetti nel suo classico stile, fatto di protezioni decisamente rade e zero paura della morte. La sua proverbiale sicurezza (espressa con concetti tipo “Da qui non mi schioda neanche una ruspa!”) non vacilla nemmeno quando, con le mani in un cespuglio di erica, scivola e perde l’appoggio di entrambi i piedi. Senza scomporsi minimamente, il più forte gorilla di Germania si issa sull’erba come se niente fosse, e guadagna l’ultima sosta. Ora solo un tiro di cieche fessure erbose lo separa dalla vetta. Non avrebbe chiesto di meglio.

La cordata Barberos aveva invece piegato a sinistra, per riportarsi sulla parete Nord. In cima alla Rampa del Topo, è il turno di gorilla Fede di aprire il tiro successivo. Lo attende la temibile lunghezza del Naso: un esile fessurino termina su un enorme blocco bianco, il quale sembra avere opinioni assai contrarie riguardo al rimanere attaccato alla parete. Sopra, la fessura si fa una sottilissima riga nera che si insinua nella strozzatura tra le rosse placche strapiombanti. A rasserenare gli animi, ci si mettono anche le nuvole che iniziano ad avvolgere la montagna. Matte inizia a canticchiare un allegro motivetto: “Monkeys on the storm….” Gorilla Fede se la fa un po’ sotto e non ha molta voglia di cantare. Ma poi il baffo argenteo del Sensei ha un fremito: “Si passa, si passa!”. Nella memoria del Barberos riemerge la copertina della sua Sacra Guida del Masino, dove certi Gorilla Alpha di nome Sean e Nico hanno scritto una sola parola: “MOTIVAZIONE!!!!” Niente più scuse. Il Barberos parte, e deve affrontare subito una fessura sporca e poco proteggibile. La risale con tutta la delicatezza possibile, per non risvegliare quel minaccioso Moby Dick di granito. Sulla strozzatura, capisce che per questo tiro le parole “apertura” e “libera” non staranno nella stessa frase. Prova a piazzare un cliff, impietosamente espulso dal fessurino diagonale. I compagni da sotto lo incalzano: “Usa i Micro!!” Il gorilla sfodera i suoi piccoli artigli a camme strette, e abusando della leggendaria Tecnica TomFrost supera l’ostico imbuto rosso. Da lì, una stupenda lama appoggiata conduce a un ultimo infido muretto, e finalmente ribalta sopra a un bellissimo, provvidenziale terrazzone.

Mentre recupera trapano e saccone, si guarda intorno e intuisce che ci sono tre possibili alternative per la Cumbre. Sulla destra, una facile rampa rimonta la scaglia del Naso fino allo spigolo: dietro ad esso, placche misteriose dovrebbero condurre alla cima. A sinistra invece una fessura strapiombante solca la placca, e ancor più a sinistra, un promettente diedro-camino. I compagni lo raggiungono in libera senza problemi, e il Sensei non ha dubbi sul da farsi: “Diedro figa!! Diedro!!!!!!!” L’esausto Fede restituisce il comando al fratellino, che ingrana la quarta e vola su per il largo camino. In quel momento, si sente un’esplosione di esultanti urla scimmiesche squarciare le nubi: sono i compari, sono in vetta!!!! La cordata Barberos risponde ai richiami, e in pochi minuti percorre gli ultimi metri facendo comunque attenzione alla roccia, ora non proprio solidissima.
I sei Gorilla si ritrovano in vetta, e per almeno dieci minuti la valle risuona di urla, versi scimmieschi e rimbombi di pugni sul petto. E non potrebbe essere altrimenti, perché dei poveri primati come loro hanno bisogno di un po’ di tempo, per trovare delle parole civili che descrivano l’emozione dell’impresa appena compiuta.
Durante la discesa in doppia sulla Ovest, il buon Marquins ripulisce per benino una bella fessura sul primo tiro (valida alternativa allo Scottish Garden), incurante delle prime gocce di pioggia e dei tuoni in lontananza.
I gorilla ora scendono a valle, con il petto gonfio di una consapevolezza che in realtà hanno sempre avuto, ma che ora sanno essere più vera che mai: SCIMMIE, INSIEME, FORTI!

GIORNO 4: Il riposo dei Gorilla
Il vecchio Sensei si distende su un grosso masso in mezzo ai rododendri. Grandi nuvole si rincorrono nella valle, l’aria è fresca e lui può finalmente concedersi il meritato riposo. I giovani compari stanno sfogando le energie rimaste sulle strutture nei dintorni: Matte e Franci sono tornati a Torre Anna, dove sembra che ormai un irresistibile incantesimo li richiami alla via del Michielini. Ema e Fede invece si divertono sulle belle (e spittate, per Dios!!) lunghezze della Torre dei Cani Pazzi. Qui il giovane Manuelo può finalmente placare la sua sete di placca (si dice che il Gorilla Manueliis abbia un fabbisogno settimanale di almeno 40 tiri in placca, rigorosamente di inclinazione da 30 a 89,99 gradi).

Una cinquantina di metri più in basso, il Sensei sonnecchia soddisfatto. Ai compagni in parete sembra di indovinare un certo solco sotto al baffo: come una specie di sorriso.

CONCLUSIONE: Sogni e realtà
Noi cinque giovani gorilla siamo immensamente grati per questa avventura. Siamo riusciti a realizzare un nostro piccolo sogno. Non era per niente scontato per noi, climber di livello assolutamente nella media e con zero esperienza di apertura, riuscire ad aprire due linee in tre giorni, dal basso e in buono stile. Ed è stato un regalo bellissimo poter trovare due tracciati logici e naturali, su roccia eccezionale e su difficoltà che ci hanno richiesto un bell’ingaggio, ma comunque alla nostra portata. Tutto è andato oltre le nostre migliori aspettative.
Pensiamo che tracciare due linee nuove su una parete mai salita, in Italia nel 2025, sia un grande privilegio, inevitabilmente destinato a diventare sempre più raro. Abbiamo quindi scelto di scrivere una relazione piuttosto essenziale, un po’ per rimanere nello stile minimal della guida di Alessio Conz, un po’ perché siamo convinti che un pizzico di ignoto in più sia solo un valore aggiunto all’esperienza dei (speriamo tanti!) ripetitori. L’avventura e la scoperta sono per noi l’aspetto più bello dell’arrampicata, e crediamo che, dove ancora è presente, vada preservato il più possibile. Se anche voi siete così malati, e se non vi spaventano gli avvicinamenti lunghi, il sentirsi fuori dal mondo e un po’ di “scomfort” generale, verrete stregati dalla magia del Granito Dolomitico. Tastatelo, vivetelo, spellatevi le dita! Lui sarà generoso, e vi ricompenserà con delle grandi avventure.
Detto questo, le informazioni fondamentali nella relazione ci sono tutte. E poi dai, qualcuno ha mai sbagliato linea davanti a un disegno dell’Arch. Pinotti?
Buenas escaladas a todos,
UUUH-UUH!!! AAAAHH-AAAH!!!
(Los Gorillas)
