

Mi vedo che sono attaccato a una sosta, Franci sta già scendendo con le doppie e io dico a Matte: è la numero sette, ne mancano ancora due poi c’è la cengia, poi dobbiamo andare a cercare l’ometto per trovare le altre…Una voce nella mia testa mi interrompe: “Brutto coglione, ma sei sdraiato in tenda!!” Mi scuoto un attimo e mi accorgo che è vero, sono comodamente immerso nel sacco a pelo e gli altri vicino stanno già russando. Mi tranquillizzo e provo a addormentarmi, ma appena chiudo gli occhi mi ritrovo ancora appeso alla sosta, e di nuovo il mio esasperato grillo parlante mi deve riportare di forza nella tenda. Tutto questo succede almeno tre o quattro volte prima che il cervello sovraccarico dalla giornata finalmente capisca che è finita, e mi conceda di prendere sonno.

La giornata era iniziata effettivamente parecchie ore prima. Alle 5.50 Franci si alza per mettere su il tè, e lascia noialtri narcolettici a dormire ancora dieci minuti. In realtà io avevo sopravvalutato la capacità termica residua del mio vecchio sacco a pelo e non è che avessi chiuso occhio granchè. Comunque, la sveglia arriva implacabile e quattro zombi escono dalle tende e si siedono intorno al tavolo sotto alla tettoia. Dopo aver buttato giù un buon bicchiere di tè e polverizzato un pacco di biscotti, iniziano anche a sentirsi le prime parole. Decidiamo di bere un caffè al bar a San Martino mentre facciamo il biglietto per il parcheggio della valle.
Scendiamo dalla macchina, ci sono due ragazzi che ci chiedono se eravamo “esperti” e com’era il bivacco Manzi. Volevano andare li a dormire, ma non avevano l’aria di sapere molto. Il giorno dopo avremmo saputo che un elicottero era andato a fare un intervento al Manzi. Spero non fossero loro, non sembravano antipatici.
Salutiamo Simo e Richi davanti al Gatto Rosso: la loro via oggi si chiama Kundaluna. I piani sono che i primi a finire andranno ad aspettare gli altri in un altro genere di Kundaluna, molto più piccolo, orizzontale, situato in paese e ben fornito di birre. Partiamo sul sentiero dell’Abisso. La luce non ha ancora investito la parete del Precipizio ma la linea della nostra via si vede già. Lì in mezzo, più piccolo di uno stuzzicadenti, l’abete solitario che segna il Pulpito dell’Eremita.

L’avvicinamento inizia a farsi interessante al torrentino secco. Il primo antipasto di giornata è una placca verticale di 20 metri da superare con una serie di cordoni che piovono non si sa da dove. Poi seguono vari tratti sprotetti a piombo sul nulla, culminanti in uno spigolo che sembra dare direttamente sul fondovalle ormai vari cento metri sotto. Finalmente guadagniamo il bosco intermedio in cima all’Altare. Due ragazzi che fanno Sole che Ride ci indicano l’ometto sull’uscita di Piedi di Piombo. Perfetto, almeno non triboliamo dopo a cercare le calate. Superiamo la grottina ed eccoci all’attacco.

Forse la reputazione di questa via deriva anche dal nome. Oceano Irrazionale. In realtà, adesso che la guardo da vicino, mi sembra che questa serie di fessure che tagliano gli strapiombi siano caso mai l’unica linea “razionale” per arrivare in cima. Probabilmente irrazionale è stata proprio l’idea di scalare questo immenso monolite, che sembra avercela messa tutta per convincere gli uomini a lasciarlo in pace. O forse, la cosa più irrazionale è stata scalarla vestiti da donna con del pesce spada fresco sulla schiena per farsi una grigliata in cima.

Viene il momento di decidere chi apre le danze. Sappiamo ormai tutti che la sorte viene decisa dalla Sacra Legge del BimBumBam, alla quale ho imparato a mie spese a non oppormi. L’idea di beccarmi i tiri centrali mi fa decisamente stringere il buco, ma vada come vada, so che devo accettare il verdetto. Se non altro, il fatto di essere coi regaz mi rende abbastanza tranquillo: se non passo io, passeranno loro. Su una via vicina al tuo limite, il BimBumBam è il momento che può condensare tutta quella somma di paura e desiderio che caratterizza la scalata di stampo un po’ alpinistico. Una parte di te (la Rogna) non vede l’ora di lanciarsi, ti dice: dai cazzo che la via ce la mangiamo, vuole solo sentire la roccia sotto la pelle. L’altra parte invece (la Caga) sarebbe ben felice di farsi rimorchiare di sosta in sosta. Poi, ti dispiace per il compagno se gli toccano i tiri duri, e in un certo senso ancora di più se gli toccano i tiri facili, perché magari voleva provare gli altri. Quando la cordata è asimmetrica e c’è uno chiaramente più forte, è più facile scegliere chi fa cosa. Invece per una cordata omogenea il BimBumBam è un’ottima tecnica. Forse perché inizi già a lasciarti andare e accettare le cose che verranno, ancora prima di toccare la roccia.
E infatti, questa volta il verdetto è stato severo ma onesto col sottoscritto. Mi toccano i primi quattro tiri. Poi la Tromba se la suona Matte e alla fine se abbiamo voglia facciamo uscire Franci. Ok, un po’ era quello che speravo. Mi spiace che magari franci si divertiva di più a partire, ma lui è il più devoto fedele del BimBumBam e accetta di buon grado la sorte.

Scegliamo di partire per la placca evitando il camino. I primi metri in traverso a destra sono molto facili. Poi un cordone arancione scende di un buon metro. Lo moschettono e imposto il passo per salirgli di fianco. Appena metto il naso su, capisco che no: la via stava molto più bassa e continuava verso sinistra. Vedo il prossimo chiodo a ore otto, decisamente lontano. Riscendo e mi porto sulla linea. Ecco, è questo il passo di placca. Anche qui all’inizio provo a impostarlo alto e mi tocca disarrampicare la seconda volta. Finalmente mi porto all’altezza giusta, ho il fix tagliato davanti al naso. Però minchia, il passo è delicato. Polpastrelli su puntine di cristalli neri e quarzini bianchi, appena percettibili. Spacco il piede sinistro su uno spalmo, non lo sento per niente. Provo a sentire il movimento un po’ di volte, nel mentre che i quarzi mi mangiano la pelle. Alla fine capisco che devo avvicinare di più il piede destro, e allora il sinistro tiene. Ancora due passetti sulle uova e finalmente sono al chiodo. Minchia, passo delicato si! Ora una serie di cengette erbose mi porta alla base del sistema di fessure principale. Trovo un solo chiodo di sosta. Pazienza, inizia il bircolage. Riesco a attrezzare una sosta discreta, meno male che ho comprato i micro. Insomma, inizio soft!

Il secondo tiro si preannuncia incredibile, e infatti lo è. Una cavalcata di 40 metri in dulfer con piedi in spalmo su funghi. In alto si strozza un po’ e c’è un passaggio non facile. La sosta stavolta ha tre chiodi ma è di una scomodità quasi divertente. Il prossimo tiro ha due fessure parallele, e la relazione dice di seguire quella di destra. Però quella di destra è più larga, quindi penso: fanculo! vado a sinistra. Tutto molto bene, tranne il fatto che poi mi vedo la sosta tre metri a destra, e in mezzo niente per traversare. Mi devo abbassare di qualche metro, rischiando un pendolo che era assolutamente evitabile, ma in qualche modo arrivo.

Sono stanco, sudato e ho il fiatone. Sono molto contento che dopo il prossimo tiro posso lasciare il testimone, e anche che il suddetto tiro sia solo lungo una ventina di metri. Sopra di me la fessura si allarga fino a diventare un mezzo camino. Mi armo e parto. Mi ricordo immediatamente del perché non ami i camini. Sono incastrato come un gigantesco nut in questo budello di roccia, non riesco a muovermi né a proteggermi. Penso che ci sto mettendo un sacco di tempo per niente. Dopo un po’ capisco che sono girato dal lato sbagliato, ma non riesco a rigirarmi perché sono immobilizzato da tutta la merda che ho appesa all’imbrago. Finalmente riesco a divincolarmi e supero il tratto, arrivando alle lame incastrate che la relazione diceva di non toccare perché instabili. Ovviamente mi ci tiro in cima senza pietà. Solo per accorgermi che sopra c’è un tratto di camino ancora più lungo. Sono di nuovo incastrato in questa merda e non riesco a muovermi. Ho sbagliato ancora il lato a cui devo dare la schiena. Adesso si che mi sto cagando addosso. Cerco dietro la schiena i friend grossi ma non li posso vedere. Ne tasto uno e urlo agli altri: È IL CINQUE?? È IL CINQUE????? … SIIII VAI!!! Con una difficoltà immane prendo il friend e lo piazzo in fondo alla fessura. Mi tranquillizzo appena appena. In qualche modo mi ritrovo in sosta.

Finalmente posso cedere la guida a Matte che parte sulla Tromba. Nel frattempo ci hanno raggiunto due ragazzi che sembrano avere un po’ troppa fretta. Il primo voleva partire mentre matte non era ancora entrato nel fessurone. Franci per fortuna quando serve sa essere poco diplomatico, e li ha rimessi al loro posto. Hai presente se no che casino le corde su quei due tiri diagonali del cazzo? Gli diciamo che li faremo passare avanti al pulpito. Matte comunque sembra accusare leggermente il camino iniziale, poi una volta nella Tromba ingrana e concatena anche il sesto tiro, corto ma difficile. Non fa neanche una piega.

Parte Franci che evita il camino, riesce a stare in placca ma deve tirare. Lo seguo senza neanche pensarci. Effettivamente ci sono due movimenti su roba parecchio piccola. Ora franci è nella tromba, mezzo incastrato con lo zaino (tocca un po’ anche a lui!), e sento i suoi respiri farsi sempre più pesanti. A metà c’è un passo dove hai in mano proprio solo il bordo svaso della lama, e li inizia a sbuffare come un mantice. Ho il vantaggio di seguirlo senza zaino e comunque sto tirando anch’io. Arriviamo alla fine della Tromba, ci guardiamo e io dico: non mi funziona più il braccio destro! Franci scuote la testa: neanche a me. Aspettiamo qualche secondo e poi ricominciamo a sbuffare sull’ultimo ribaltamento. Sicuramente è duro, ma è una scalata più “standard”: prese discrete da tirare in strapiombo. Quando arrivo all’abete che segna il Pulpito dell’Eremita comunque sto boccheggiando. Mi posso rilassare un attimo e capisco che sono abbastanza alla frutta. Mi sento talmente vuoto che quando bevo sento rimbalzare l’acqua nello stomaco, come se avessi buttato una secchiata in fondo a un pozzo. Ci concediamo un po’ di riposo e una barretta, e nel frattempo dei due fenomeni dietro non c’è traccia. Si arrangeranno, noi andiamo.

Qui cominciano i tiri facili , che facciamo più o meno tutti in conserva. Matte sale praticamente di corsa. A me piacerebbe che ogni tanto qualche sosta la facesse, magari la fa anche ma non ci sentiamo più. Comunque le corde continuano a tirare e io devo correre. Ho appena il tempo di godermi la bellezza dell’Onda di Pietra, e dopo della stupenda e lunghissima fessurina di dita che serpeggia verso destra. Sto accusando tutta la mia mancanza di allenamento aerobico, non riesco a farmi passare il fiatone. Ma come cazzo fanno a andare così veloce? Gli ultimi 70-80 metri non c’è nemmeno più vera e propria roccia, ma si sale tirando dei ciuffi di festuca che punge le dita. Alla fine, tra roccette e larici ci ritroviamo tutti sulla spianata sommitale. Sto ancora riprendendo fiato intanto che ci abbracciamo e ci stringiamo la mano. Abbiamo fatto anche questa.

Sono quasi le sei. Ora posso concedermi di guardare meglio il panorama della valle in primavera. La luce inizia ad avere un taglio da tardo pomeriggio. I prati sono ancora gialli, ma gli alberi iniziano già a mettere il verzolino delle foglie nuove. Più in alto, la neve copre le cime. Franci trova subito il tondino di ferro che segna l’inizio delle calate. Si comincia! La bellezza di 14 comode e veloci doppie ci riporterà alla base. Verso la terza calata, vediamo a destra i due amigos di prima che stanno ancora salendo. Comunque, adesso possiamo mollarci un po’ e iniziare a sparare minchiate, vero sport in cui ci sentiremmo campioni assoluti anche senza la stanchezza della giornata. Sulle ultime due doppie cala il buio, e io e Franci ci ricordiamo che le nostre frontali fanno la luce lampeggiante rossa, verde e blu: ci mettiamo a spararle e a urlare delle canzonacce disco anni 90 al ritmo delle luci. Spero solo che qualcuno a valle si sia accorto dello spettacolo.

Il giorno dopo siamo sdraiati sui prati del Remenno. Leggendo varie relazioni della via, mi imbatto in un racconto. L’ autore scriveva che, le prime volte in valle, osservava stupito e ammirato quei pallini colorati appesi alla parete, pensando a chissà quali segreti conoscessero per muoversi su un muro così impossibile. Una volta scalata la via, però, sentiva come se si fosse infranto il mistero, interrotta la magia: Oceano era diventata soltanto un’altra via da segnare sul curriculum. Ci penso un secondo. Ma non credo di essere d’accordo. Su una via che hai salito, forse il fascino dell’ignoto sparisce, ma ti rimane qualcos’altro. Un disegno della roccia, la sensazione di un movimento, la paura a fare un passaggio, una risata da stanchezza, un abbraccio in cima.
Sono contento di essere stato anch’io, per un giorno, uno di quei pallini colorati.
Federico Barbieri
